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finanza islamica

a cura di Paolo Macina

Da secoli le tre grandi religioni monoteiste cercano di convogliare i risparmi dei propri fedeli verso investimenti che rispettino le leggi contenute nei rispettivi libri sacri. La religione islamica, ispirandosi ad un unico libro, per giunta molto dettagliato, ha regole molto semplici da declinare (la cosiddetta sharia), quanto difficili da rispettare a livello economico. Vediamo quali sono.

La più conosciuta è forse quella che vieta gli investimenti in settori considerati haram, cioè peccaminosi: droghe, armi, alcol, gioco d’azzardo, pornografia, terrorismo e compravendita di carne di maiale sono quindi banditi. Poi è noto che tali investimenti non possano generare interessi, perché è proibita l’usura (riba), ma meno noto è che non possano essere troppo rischiosi (gharar) o speculativi (maysir) perché equiparati al gioco d’azzardo. Infine, ogni fedele deve devolvere una parte dei suoi guadagni annuali alla comunità o ai poveri (la zakat, o decima, è presente in molte confessioni religiose) e quindi anche gli investimenti finanziari devono rispondere a questa regola.

Diversi istituti di intermediazione del denaro, soprattutto arabi, negli ultimi decenni hanno prodotto linee di investimento che cercano di mediare tra questi veri e propri pilastri religiosi, magari con l’avallo di un supervisory board guidato da un imam. Esiste anche un organismo istituzionale, l’Accounting and Auditing Organisation for Islamic Financial Institutions (AAOIFI), con sede in Bahrain, che ha il compito di verificare la conformità alla sharia dei vari strumenti finanziari che si definiscono islamici. Ma basta un approfondimento minimo per rilevare le contraddizioni bizantine in esse contenute. D’altronde, la dimensione della finanza islamica (si stima possa arrivare a circa 2mila miliardi di dollari) attira comprensibilmente ogni tipo di operatore del settore.

Una svolta in questo campo potrebbe essere quella consentita dall’equity crowdfunding. Con questo tipo di raccolta del risparmio infatti, si possono soddisfare tutte le richieste sopra descritte. Gli investimenti crowd sono trasparenti, visibili, e quindi facilmente scartabili dai sottoscrittori se ritenuti haram, rischiosi o speculativi, a differenza di quanto invece avviene in un fondo di investimento che sostiene più soggetti contemporaneamente e quindi non distinguibili tra loro. Il rendimento dell’investimento inoltre non è legato ad un tasso di interesse applicato, ma viene dato dal valore aggiunto che il progetto (supporto ad una start up o ad uno sviluppo immobiliare) riesce a ottenere nel tempo, condividendo con i fondatori eventuali profitti e perdite da esso derivanti. Nel mondo islamico questo tipo di investimento, considerato legittimo, è chiamato Musharaka. Altre strutture finanziarie, che lascio approfondire agli amanti della matematica, possono legittimare, a determinate condizioni, il lending crowdfunding.

Nel mondo anglosassone l’opportunità è già stata colta dalla piattaforma Qardus (www.qardus.com), che si definisce la prima “Ethical Sharia-Compliant Finance Platform”. Offre soprattutto contratti di compravendita di commodity a prezzi prefissati, detti Murabaha, ma non si nega investimenti in equity, per i quali è previsto un minimo di 100 sterline e una durata di 24 mesi. Come tutti i siti di finanza islamica, offre anche un calcolatore della relativa zakat che il buon musulmano a fine anno dovrà devolvere, in autonomia, in beneficienza. Viene calcolato anche il Credit risk scoring di ogni progetto, in modo da scegliere il grado di rischio più adatto alle proprie sensibilità. Non sono presenti in questo momento progetti da finanziare, ma per avere un’idea delle opportunità si possono visionare i 14 progetti già conclusi alla pagina www.qardus.com/investments. Personalmente, vedo un grande parallelo con le piattaforme crowd italiane, e una grande opportunità da cogliere da parte loro.